Ci sono persone per le quali il cibo è semplicemente una parte della giornata. Per altre, invece, il pensiero di cosa mangiare, quanto mangiare, cosa evitare, quanto pesarsi o come appare il proprio corpo finisce per occupare ore intere.
Da fuori, spesso, tutto questo non si vede.
La Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre è un’occasione importante per ricordare che anche i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione appartengono pienamente al campo della salute mentale.
Il tema scelto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per il 2026 è “Lived experiences heard: real voices, real change”. Il messaggio è chiaro: ascoltare davvero chi vive un problema di salute mentale significa riconoscere la sua esperienza come una forma di conoscenza e coinvolgerlo nelle decisioni che lo riguardano.
Nei disturbi alimentari questo punto è particolarmente importante, perché ciò che si vede dall’esterno può essere molto diverso da ciò che la persona sta vivendo.
Il peso non dice tutto
Quando si parla di disturbi alimentari, l’immagine che viene subito in mente è spesso quella di una persona estremamente magra. È una rappresentazione incompleta.
Anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbo da alimentazione incontrollata e altre forme possono comparire in persone con pesi corporei molto diversi.
Le linee guida NICE raccomandano esplicitamente di non utilizzare il BMI o la durata del problema come unico criterio per decidere se offrire una valutazione o un trattamento. Questo significa che non possiamo capire se qualcuno sta bene semplicemente guardandolo.
La sofferenza può esserci anche quando il peso appare normale. Può esserci persino quando dall’esterno una persona sembra particolarmente attenta alla propria alimentazione, disciplinata o sportiva.
Quando “mangiare sano” smette di far stare bene
Mangiare in modo equilibrato è una buona abitudine, ma esiste una differenza tra prendersi cura della propria alimentazione e vivere sotto il controllo delle regole alimentari. Il problema può iniziare quando le regole diventano sempre più rigide. Quando mangiare qualcosa di non previsto provoca ansia o senso di colpa. Quando si evitano cene, feste o pranzi con gli amici perché non si può controllare esattamente ciò che verrà servito. Quando l’attività fisica non è più una scelta, ma qualcosa che ci si sente obbligati a fare. Quando calorie, peso, forma del corpo e pasti successivi diventano pensieri continui.
Un singolo comportamento non basta per parlare di disturbo alimentare. Conta l’insieme. Conta quanto spazio occupano questi pensieri e quanto condizionano la vita quotidiana.
Tra i segnali che meritano attenzione rientrano restrizioni alimentari persistenti, variazioni rapide del peso, ritiro dalle situazioni che coinvolgono il cibo, forte preoccupazione per forma e peso del corpo, vomito autoindotto, uso improprio di lassativi o esercizio fisico eccessivo.
Non sono criteri per fare una diagnosi in casa. Sono motivi per non ignorare ciò che sta succedendo.
Il cibo è visibile. Il disagio molto meno
Nei disturbi alimentari il comportamento con il cibo è ciò che notiamo per primo.
Dietro, però, possono esserci elementi molto diversi. Ansia. Depressione. Perfezionismo. Difficoltà nella regolazione delle emozioni. Esperienze traumatiche. Pressioni sociali. Problemi di autostima.
Non esiste una causa unica e non esiste un profilo psicologico che descriva tutte le persone che sviluppano un disturbo alimentare. Le linee guida raccomandano infatti di valutare anche la presenza di depressione, ansia, autolesionismo e altri problemi di salute mentale associati.
Questo è uno dei motivi per cui ridurre tutto a “mangiare di più” o “mangiare meno” non funziona.
Il cibo può essere il punto in cui il problema diventa visibile.
Non necessariamente il luogo in cui nasce.
Anche il corpo può stare male
Definire i disturbi alimentari come problemi di salute mentale non significa dimenticare le conseguenze fisiche.
Malnutrizione, abbuffate, vomito, restrizioni severe o comportamenti compensatori possono avere effetti su apparato cardiovascolare, sistema endocrino, ossa, apparato gastrointestinale, equilibrio elettrolitico e molti altri aspetti della salute. Per questo le linee guida raccomandano una valutazione sia psicologica sia fisica e indicano l’invio rapido a servizi specializzati quando esiste un sospetto concreto.
La presa in carico può coinvolgere psicologi, psichiatri, neuropsichiatri infantili, medici, dietisti e altri professionisti. Il nutrizionista ha un ruolo importante, ma non dovrebbe essere lasciato solo a gestire un problema che coinvolge contemporaneamente mente e corpo.
I disturbi alimentari possono cominciare presto
L’adolescenza è una fase particolarmente delicata. Le linee guida NICE segnalano un rischio elevato soprattutto tra i 13 e i 17 anni, anche se i disturbi possono comparire a qualsiasi età.
A febbraio 2026, la mappatura nazionale del Ministero della Salute comprendeva 176 centri di cura e 56 associazioni dedicate ai Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione.
Per genitori, insegnanti e allenatori questo non significa controllare ogni piatto. Significa osservare i cambiamenti.
Una crescente rigidità nelle scelte alimentari. La rinuncia improvvisa a mangiare con gli altri. Una preoccupazione continua per peso e corpo. L’allenamento vissuto come obbligo. La vergogna dopo aver mangiato. Il bisogno di nascondere ciò che si mangia oppure ciò che non si mangia. Nessuno di questi segnali equivale da solo a una diagnosi, ma quando si accumulano, vale la pena fare una domanda in più.
Lo specchio oggi è anche uno smartphone
Il rapporto con il corpo non si costruisce più soltanto davanti allo specchio. Si costruisce anche davanti allo schermo. L’Istituto Superiore di Sanità ha recentemente richiamato una revisione sistematica di 45 studi condotti sugli adolescenti. Nel complesso, un maggiore utilizzo dei social media è risultato associato a una peggiore immagine corporea e a un aumento dei sintomi collegati ai disturbi alimentari. L’associazione è risultata più evidente nelle ragazze e nelle piattaforme fortemente basate su immagini e video.
Questo non significa che i social causino automaticamente un disturbo alimentare, il rapporto è molto più complesso; ma il confronto continuo con corpi selezionati, filtrati e spesso irrealistici può rendere più difficile costruire un rapporto sereno con il proprio aspetto.
E non sono soltanto i contenuti esplicitamente legati alla magrezza a creare pressione. Anche un corpo estremamente definito, una dieta molto rigida o un allenamento senza pause possono essere presentati come sinonimo di salute, disciplina e successo. Per una persona vulnerabile, il confine può diventare sottile.
Anche le parole hanno un peso
Ci sono espressioni che usiamo quasi senza pensarci.
“Ho sgarrato.” “Domani digiuno.” “Questo alimento è vietato.” “Devo smaltire quello che ho mangiato.”
Non provocano da sole un disturbo alimentare, però raccontano un modo di pensare in cui il cibo viene facilmente trasformato in una questione morale. Mangiare diventa essere bravi o cattivi. Controllarsi diventa avere valore. Aumentare di peso diventa fallire.
Per chi sta già vivendo una fragilità, questo linguaggio può rendere tutto più difficile. Forse possiamo iniziare da qualcosa di molto semplice. Parlare meno del corpo degli altri, anche quando crediamo di fare un complimento.
Ascoltare prima di correggere
Il tema scelto dall’OMS per la Giornata mondiale della salute mentale di quest’anno riguarda proprio l’esperienza vissuta. Non basta ascoltare una testimonianza e poi decidere comunque al posto della persona.
L’OMS invita a coinvolgere realmente chi ha esperienza diretta dei problemi di salute mentale nella progettazione dei servizi, nelle decisioni e nei percorsi di cura.
Applicato ai disturbi alimentari, questo approccio significa anche resistere alla tentazione di dare subito consigli.
“Mangia.” “Non pensarci.” “Sei magro, non hai nessun problema.” “Basta avere più forza di volontà.”
Dette dall’esterno possono sembrare frasi ragionevoli, dentro una malattia invece possono essere inutili o dolorose. Ascoltare significa riconoscere che dietro un comportamento che non comprendiamo può esserci una sofferenza reale, e non assecondare comportamenti pericolosi. A volte la prima domanda utile non riguarda il cibo. È semplicemente: come stai, davvero?
Chiedere aiuto prima
Uno degli aspetti più importanti del trattamento dei disturbi alimentari è la tempestività.
Le linee guida raccomandano che chi presenta un sospetto disturbo riceva valutazione e trattamento il prima possibile. Non occorre aspettare che il problema diventi evidente a tutti. Non occorre aspettare di essere molto sottopeso. Non occorre nemmeno essere certi di avere un disturbo.
Se il rapporto con cibo, peso o corpo provoca sofferenza, vergogna, isolamento o comportamenti difficili da controllare, parlarne con il medico o con un centro specializzato è già appropriato. La rete italiana oggi comprende servizi pubblici e privati accreditati distribuiti sul territorio, oltre a numerose associazioni che offrono anche supporto alle famiglie.
Il ruolo della nutrizione
Su un blog che parla di alimentazione è importante chiarire questo punto: la nutrizione può essere parte del percorso terapeutico, ma un disturbo alimentare non è semplicemente una dieta sbagliata.
Il professionista della nutrizione può lavorare sulla riabilitazione alimentare, sulla regolarità dei pasti, sulla riduzione delle paure legate al cibo e sul recupero di uno stato nutrizionale adeguato.
Quando però esiste un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione, questo lavoro deve inserirsi in un percorso multidisciplinare. Non si tratta di costruire una dieta perfetta, ma di aiutare la persona a recuperare salute, autonomia e un rapporto meno doloroso con il cibo.
Se riconosci qualcosa di familiare
Questo articolo non serve per diagnosticare sé stessi o qualcun altro. Può però essere un motivo per fermarsi.
Se i pensieri su cibo, peso o corpo occupano gran parte della giornata, se mangiare genera ansia, se compaiono abbuffate, restrizioni, comportamenti compensatori oppure se il rapporto con l’alimentazione sta limitando la vita sociale, lo studio o il lavoro, vale la pena chiedere una valutazione.
La Giornata mondiale della salute mentale ci ricorda che ascoltare conta. Il tema scelto dall’OMS per il 2026 dice qualcosa in più. Le persone che vivono un problema di salute mentale non devono essere soltanto ascoltate.
Devono essere prese sul serio. Anche quando il loro disagio non si vede. Anche quando il peso sembra “normale”. Anche quando tutto, dall’esterno, sembra sotto controllo.
Dove chiedere aiuto
Sul sito del Ministero della Salute è disponibile la mappa nazionale dei servizi dedicati ai Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione, con centri di cura e associazioni presenti sul territorio italiano.
E se hai bisogno del nostro aiuto, noi ci siamo, con❤️!
⚠️ Disclaimer
📌 Le informazioni riportate hanno finalità esclusivamente informative e divulgative.
Non costituiscono consulenza medica o nutrizionale personalizzata e non sostituiscono il parere del professionista.
Ogni situazione individuale richiede una valutazione specifica da parte di un nutrizionista o medico qualificato.
📌 I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione richiedono una valutazione clinica specifica e, quando presenti, una presa in carico adeguata alla situazione individuale.
In presenza di grave compromissione fisica, perdita di coscienza, forte debolezza, comportamenti autolesivi o rischio suicidario è necessario richiedere assistenza sanitaria urgente.
